Lo Studio Osservazionale
del Mese – A cura del Dr. Giampiero Mazzaglia
Gennaio 2008
The
coronary risk of cyclo-oxygenase-2 inhibitors in patients
with a previous myocardial infarction - JM Brophy,
LE Lévesque, B Zhang
Heart 2007; 93: 189-94.
La maggior parte degli studi clinici randomizzati
(RCT) che coinvolgono gli inibitori selettivi della ciclo-ossigenasi-2
(Coxib) hanno rilevato un aumento del rischio cardiovascolare
associato al loro trattamento. Tale evidenza sembra confermata
per il rofecoxib ed il valdecoxib sulla base di successive
metanalisi e studi osservazionali; viceversa, resta ancora
da chiarire il profilo di rischio associato all’uso
di celecoxib e di alcuni FANS tradizionali come il naprossene.
Un'altra limitazione ai RCT finora pubblicati, riguarda
la rappresentatività della popolazione arruolata:
da tali studi sono stati esclusi i pazienti con pre-esistenti
patologie cardiovascolari, nonostante tali patologie siano
ampiamente frequenti nella popolazione generale, specialmente
nei pazienti più anziani che hanno una maggiore probabilità
di essere trattati con FANS.
In questo senso il presente studio caso-controllo
“nested”, pubblicato su Heart, ha l’obiettivo
di verificare se una storia clinica di pre-esistente infarto
del miocardio (AMI) modifica il rischio di una ricorrenza
associata all’uso di diversi FANS.
I dati sono stati ricavati dai database amministrativi presenti
in Quebec, Canada, che forniscono informazioni socio-demografiche,
prescrittive, sulle cause di ricovero e di decesso in tutta
la popolazione residente nell’ambito dell’Health
Insurance Plan Canadese. Tali dati sono stati implementati
in un unico database per l’analisi finale, attraverso
tecniche di record linkage. La popolazione sotto osservazione
ha compreso un campione rappresentativo di tutti gli ultra
65enni residenti in Quebec, che hanno ricevuto una prescrizione
di FANS nel periodo 1 Gennaio 1999 – 30 Giugno 2002.
Tutti i soggetti in trattamento con i FANS disponibili durante
il periodo di osservazione sono stati classificati nelle
seguenti coorti: (1) FANS tradizionali, (2) naprossene,
(3) celecoxib, (4) rofecoxib, (5) meloxicam. La data di
prima prescrizione è stata considerata come la data
di ingresso nello studio. Tutti i soggetti eleggibili sono
stati seguiti fino alla data di ospedalizzazione (data indice)
e successiva dimissione per AMI (ICD-9: 410), la morte o
eventuali revoche dal piano di assicurazione. Tali soggetti
(casi) sono stati successivamente appaiati a 20 controlli
per età, sesso e data di ingresso nello studio.
Le finestre di esposizione al trattamento sono state definite
come segue: (1) “current users”: soggetti che
risultano in trattamento al momento della data indice; (2)
“past users”: soggetti in trattamento nell’anno
precedente alla data indice; (3) “non users”:
soggetti senza trattamento con alcun FANS nell’anno
precedente alla data indice. Veniva valutato sia l’effetto
del dosaggio (alto: 200 mg/die per celecoxib e 25 mg/die
per rofecoxib), che l’effetto del concomitante uso
di aspirina, esclusivamente per rofecoxib e celecoxib.
L’associazione tra AMI e FANS è stata valutata
attraverso modelli di regressione logistica ed aggiustata
per potenziali fattori di confondimento, come età,
sesso, ipertensione, pre-esistenti malattie cardiovascolari,
scompenso, diabete, utilizzo di ipolipidemizzanti, anticoagulanti,
ed aspirina. Le stime di rischio (RR) sono state ulteriormente
aggiustate per indici globali di severità clinica,
come il numero di farmaci concomitanti, il Charlson Index
ed il Chronic Disease Score.
Durante il follow-up sono stati identificati 3423 casi di
AMI e 68456 controlli. In relazione agli obiettivi primari
dello studio sono stati evidenziati i seguenti risultati:
• L’uso di rofecoxib aumenta
il rischio di AMI in assenza di precedente evento (RR: 1.23,
[95% IC 1.05-1.45]) ed ancor più nei soggetti con
una storia clinica di AMI pregresso (1.59, [1.15-2.18])
• L’uso di celecoxib aumenta il rischio di AMI
nei pazienti con precedente evento (1.40, [1.06-1.84]),
ma non nei soggetti senza AMI pregresso (1.03, [0.88-1.20])
• I pazienti in trattamento con FANS tradizionali
non riportano alcun rischio, indipendentemente dall’assenza
o presenza di AMI pregresso (1.00, [0.75-1.34] vs. 1.24,
[0.83-1.84], rispettivamente)
• L’uso di basse dosi non cambia il profilo
di rischio del rofecoxib, mentre riduce la stima del rischio
e la significatività statistica per il celecoxib
nei pazienti con precedente AMI (1.32, [0.96-1.82]).
• L’uso di aspirina riduce la stima del rischio
per i due farmaci, ma non sembra influenzare in maniera
significativa la loro associazione con la ricorrenza di
AMI.
I risultati del presente studio suggeriscono
un aumento del rischio di AMI associato all’uso di
rofecoxib, indipendente dal profilo di rischio cardiovascolare
e dalla dose utilizzata. Viceversa, l’associazione
tra celecoxib ed AMI appare influenzata dal profilo di rischio
cardiovascolare e suggerisce la necessità di un attenta
valutazione clinica del paziente prima di iniziare il trattamento.
Queste osservazioni solo in linea con l’ipotesi fisiopatologica
prevalente, che attribuisce ad uno sbilanciamento trombossano/prostaciclina
la causa principale dell’effetto pro-trombotico dei
Coxib. L’affinità sulla Cox-2 di 10 volte inferiore
da parte del celecoxib, spiega tra l’altro perché
l’effetto pro-trombotico sia indipendente dal profilo
di rischio cardiovascolare per il rofecoxib, mentre sia
profondamente influenzato da quest’ultimo nel caso
del celecoxib.
Gli Autori mettono in evidenza alcune limitazioni del presente
studio. In primo luogo, il basso numero di soggetti in trattamento
con meloxicam e naprossene, che non ha permesso di trarre
conclusioni convincenti per questi due farmaci. Secondo,
la possibilità di non avere identificato i pazienti
che sviluppano AMI silente, sebbene diversi studi dimostrano
l’alto grado di sensibilità e specificità
del metodo di selezione utilizzato (ICD-9: 410, attraverso
le schede di dimissione ospedaliera). Terzo, la carenza
di informazioni sui fattori di rischio, come fumo, obesità,
familiarità, e stato socio-economico, nonché
sull’indicazione clinica al trattamento (confounding
by indication), che potrebbe portare come conseguenza ad
una differente distribuzione dei fattori di rischio, associata
all’uso dei diversi farmaci (bias di selezione).
In conclusione, se da un lato si può
confermare il dato proveniente dalla letteratura che attribuisce
ai Coxib un effetto di classe, dall’altro è
lecito affermare che esistono delle differenze relative
alla tipologia di molecola, al dosaggio, nonché al
profilo di rischio cardiovascolare del paziente in trattamento.
Giampiero Mazzaglia
Società Italiana di Medicina Generale
Agenzia Regionale di Sanità della Toscana
Firenze
mazzaglia.giampiero@simg.it